Tra gli sfollati che vivono in una delle tendopoli

“Abbiamo capito subito che da qui usciremo diversi”

Refettorio, ospedale e farmacia vivere nella città di brande e tela

dal nostro inviato JENNER MELETTI

L’AQUILA – Le donne, come sempre, sono le più forti. “Sono riuscita finalmente a farmi una doccia – dice Anna Rita – e dopo mi sono messa questa maglietta. Legga pure. “Lasciamo il pessimismo per tempi migliori”. E non l’ho scelta a caso. Sono qui, sono viva e i miei parenti stanno bene. Siamo senza casa, viviamo come profughi e abbiamo bisogno di tutto: non certo del pessimismo”. E’ già stata costruita, la New Town dell’Aquila, anche se è ancora una città di tela. Una distesa di tende blu dove gli uomini e le donne sono arrivati in una sera di temporale solo per ripararsi dalla pioggia e dal freddo. Ma già il giorno dopo, con il sole, sono usciti dalla tenda e hanno fatto i primi passi nella città nuova. Hanno guardato i nuovi vicini, si sono messi a parlare.

“E abbiamo capito subito – dice Cristina Milano, psicologa di 30 anni e mamma di due bambini – che da questa tendopoli usciremo diversi, io credo migliori. Siamo solo al terzo giorno e già stanno succedendo cose belle. L’Aquila è una città piccola, di vista ci si conosce quasi tutti. Buongiorno, buonasera e via. Adesso, quando incontriamo il panettiere, il barista, il coinquilino del quarto piano ci abbracciamo come fratelli. “Siamo vivi”, ci diciamo. Lo ripetiamo tre o quattro volte perché ancora facciamo fatica a crederlo. Dentro al cuore abbiamo paura che il mondo finisca stanotte ma continuiamo ad abbracciarci e a sussurrare: siamo vivi, siamo fortunati”.

Cartoline da una città di stoffa che forse è più vera di una città di pietre e cemento. “Non avevo più pannolini per il mio bimbo – dice Anna S. – e subito la signora della tenda di fronte è andata a cercarli. Mi ha anche portato del latte. Solo alla fine mi ha detto il suo nome e abbiamo scoperto di abitare ad appena cento metri di distanza. Io mi sento già amica”. Nella città di tela ci sono già il mercato, la mensa, l’ospedale, la farmacia… Ci sono anche il “convento” e la “canonica”. “Ci sarà – precisa padre Candido Bafili, francescano – appena troverò posto in questa tenda. Lo aspetto da lunedì. Ma mi sono organizzato per la Messa. La celebro nel capannone del tennis, con tutti i riti della Settimana santa, fino a Pasqua”. Guarda in alto, oltre l’autostrada che sovrasta la città. “Quella lassù è la mia parrocchia, San Sisto. Chissà se riuscirò a tornarci”.


Il mercato è gratis, nella nuova città. L’ha messo su l’Unitalsi di Roma che di solito porta i malati a Lourdes e qui ha portato scatoloni di mutande, maglie, pannolini, scarpe… Ci sono anche un girello per bambini e un fasciatoio. “L’abbigliamento intimo – dice Patrizio Fioramonti – è nuovo, il resto è usato ma pulito. A chi è scappato da casa serve tutto. Abbiamo portato anche qualche giocattolo per i bambini”.

Attorno a un gruppo di tende gira una vecchia pista di atletica. Giorgio, due anni, ne approfitta per darsi alla fuga con il suo triciclo. Vuole andare a giocare con i clown del Ludobus, “Pillole di pagliacci”. Ci sono altri piccoli, sembra di essere all’asilo nido. Un’insegnante elementare, Alba Cinzia Verini, è venuta a cercare i suoi alunni. “Subito dopo la Pasqua bisogna riaprire la scuola, magari sotto una tenda. Ne hanno bisogno i bimbi e anche noi. Bisogna riprendere una normalità che ci appartiene. E anche la dignità”.

L’ospedale da campo è soprattutto un pronto soccorso. “Siamo riusciti ad aprirlo – dice Valentino Ferrante della Croce rossa di Teramo – quattro ore dopo la grande scossa. Il pronto soccorso dell’ospedale era inagibile e qui sono arrivati i feriti di tutta la città. Li abbiamo stabilizzati e poi mandati nelle altre province. Adesso vengono ricoverati soprattutto gli anziani che hanno problemi a vivere in una tenda”. Per la farmacia bastano due tavolini. “Chi ha bisogno ci chiede le medicine, un medico fa la ricetta e dopo due ore i farmaci sono qui”.

Alla mensa, conchiglie in bianco o al pomodoro, prosciutto o mozzarella, mele e arance. “Oggi – dice Antonio Rulli della Protezione civile – siamo riusciti a servire 7.500 pasti. Per i 2.000 in tenda, pranzo e cena, e per chi dorme in macchina e viene qui a cercare un pasto caldo”. Dalle tende risa e pianti di bambini, voci di donne che sgridano i mariti, come in un condominio. Sei letti in ogni tenda, otto se ci sono dei bambini. E così, per stare assieme a persone conosciute, futuri consuoceri si uniscono assieme ai fidanzati futuri sposi. Nelle sere senza tv si raccontano storie, come una volta. Vincenzo Breglia dice che Schaula, femmina di pastore tedesco, ha salvato la vita a tutta la famiglia. “Si è messa ad abbaiare prima della scossa, voleva proprio mandarci via dalla casa. Appena siamo scappati c’è stato il crollo e lei è rimasta intrappolata. E’ rimasta chiusa due giorni, ho portato i bambini qui e mandavo un amico a darle da bere. Poi l’abbiamo salvata. Non è bellissima, la mia Schaula?”.

Come in tutte le città, ci sono i posti degli extracomunitari. Ci sono le famiglie di marocchini e albanesi che stanno nella stessa parte del campo. Ci sono le badanti che hanno seguito in tenda vecchie signore. “Ma la mia romena – dice Alba S. – è scappata via. Ha avuto troppa paura del terremoto. Sto cercando un’altra ragazza, ma è difficile trovarla. Ci sono quelle non in regola ma per avere un posto in una tenda bisogna mostrare i documenti, e allora non si sentono sicure”. Per dare una mano ai romeni, un inviato dell’ambasciata di Bucarest ha messo un cartello all’ingresso della nuova città. “Ambasada Romaniei / Telefon urgente 3452302489”. Ormai tutti sanno dov’è il “convento” delle suore. Già la prima sera hanno sentito recitare l’Ave Maria in una tenda. “Noi siamo – dice suor Celeste – le Benedettine di San Basilio. Anche qui al campo cerchiamo di aiutare gli anziani, come facevamo nella nostra casa di riposo distrutta. Ci hanno sentito pregare e tante donne sono venute a chiedere di recitare il Rosario con noi. Così, almeno un po’, ci sembra di essere nel nostro convento”.



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