Voci di volontari a Lourdes

David, Vittoriano e gli altri – Voci di volontari (a Lourdes)
«Ci vorrebbe un posto come questo ovunque, anche a Poggibonsi»

LOURDES — «Siamo qui tutti, malati e sani, volontari e pellegri­ni, perché cerchiamo un cammi­no. Anzi, se siamo qui, lo abbiamo già iniziato». Piove, come quasi sempre a Lourdes: il pellegrinag­gio dell’Unitalsi Toscana si avvia al termine, il ritorno in treno si av­vicina. Antonella, sempre serena, un filo di voce emozionata, parla al cerchio di molte donne, pochi uomini e un sacerdote, don Paolo, che riflette e prega in albergo, do­po un’altra intensa giornata.
UN REGALO – «La mamma mi ha fatto un bellissimo regalo quando ha insistito perché l’accompagnassi. Il primo giorno — continua — l’impatto è stato co­sì forte che ho dubitato della mia fede, è stato tremendo; non ce l’ho fatta a fare il bagno. Ma poi il tem­po è volato e sono grata di essere qui». La mamma è Maria, attac­cata alla bombola di ossigeno e alla carrozzina, ma è stata determinatissima nel ba­gnarsi nelle piscine, nel se­guire messe e rosari. «Sono venuta per gli altri, non per me, per chi sta peggio di me e sono tanti. Prego per chi ha più bisogno — dice a bas­sa voce, con qualche pausa, mentre Antonella si allontana — ho fatto il mestiere più bello del mondo». La mamma, l’insegnan­te, l’infermiera? «No, no — ride— la contadina. Ho visto la terra frut­tare, la natura far crescere tante co­se. Avevamo un podere piccolo, a Massa, ma produttivo, le galline, i pulcini. Sono sempre stata bene in mezzo alla natura, ora non posso più e mi dispiace, ma ci pensa mio marito. Lui è rimasto a curare il po­dere ». Per Maria è la seconda vol­ta, a 49 anni di distanza. «Venni con una amica che lavorava al­la Dalmine, mi pagai il viag­gio a rate e la processione con le candele mi è rimasta nel cuore, è stato il momen­to più bello. Così l’ho volu­ta rifare, insieme al bagno. E spero che il Signore mi dia la forza di tornare anche l’anno prossimo. Ho promes­so alla Madonnina che se non potrò farlo qui verrà mio marito con i figli e i nipoti».

DUE BARELLIERI, INSEPARABILI – David, assieme al gigantesco Vit­toriano, arriva da Piombino: due barellieri divisi dagli anni e dalla storia personale, ma inseparabili. Vittoriano è volontario per l’otta­va volta, David per la terza. «Sono un po’ il suo figlioccio, mi ha por­tato lui — scherza David, all’ulti­mo anno di dottorato in ingegne­ria — sono tre anni che non riusci­vo a venire: la vita è così frenetica, gli impegni di lavoro e studio così tanti che spesso anche dire una preghiera diventa un impegno, co­me scalare una montagna. Ma non potevo più mancare e sono qui con i miei genitori. Sono venuto per ricaricarmi, anche nella fede, per affrontare gli altri 358 giorni dell’anno. E questa volta — con­clude — non ho pregato per me, a volte sono un po’ egoista e chiedo per me. Ho pregato per gli altri ed ho scoperto la bellezza di farlo». Vittoriano è di grande voce e gran­de cuore, di parole semplici. «Ero volontario alla Misericordia e do­po che sono andato in pensione mi hanno detto: perché non vai an­che a Lourdes? Qui è anche dura, come quando devi lavare o cam­biare i malati, ma alla fine del pri­mo viaggio, la signora che avevo accompagnato mi disse ‘ci si vede l’anno prossimo’ e la bel­lezza del santuario mi aveva lasciato senza fia­to. E così eccomi qui».

«AL PAESE NON CAPISCONO» – Renato si lamenta per­ché al paese lo prendono in giro — «oh icchè tu torni a fare, tu sei fissa­to » — perché non capi­scono: «Icchè c’è da capi­re, si sta bene, c’è pace e armonia. È come un po­sto col gelato bono, tutti lo vogliono e ci vanno a prenderlo». Altri spiega­no che tornano a casa cambiati, che poi è più fa­cile «portare la croce quotidiana», che li ha guidati la devozione a Maria. Tanti cammini, ognuno individuale, ma che si incrociano e si in­tersecano. «Qui ci sono stata co­me malata, come volontaria, come pellegrina, la prima volta quando avevo 13 anni — racconta Palma, allevata da don Zeno nella comuni­tà di Nomadelfia — devo tornare perché sento semplicemente che è il momento, è una necessità». Per la sua amica Flavia, invece è la pri­ma volta: «È come un’altra dimen­sione, il tempo vola, anzi è sospe­so. Non riesco a credere che è già ora di salire in treno». «Vedi quanta bellezza c’è qui? Uno non se l’aspetta». «E sì, ci vor­rebbe Lourdes dappertutto, an­che a Poggibonsi», e si ride. «Il malato è al centro di tutto — con­clude don Paolo — e il vero mira­colo è l’amore divino. È che le feri­te del corpo e dello spirito diven­tano feritoie attraverso le quali passa la luce di Dio».

Mauro Bonciani



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